martedì 13 luglio 2010

Di una giornata di merda.

Devi avere anche tu un blog, continua a dirmi.
Me lo ripete come un mantra da mesi, ad intervalli costanti, non ho ancora capito bene perché.
La mia risposta standard più o meno era: "ma di cosa parlo?non ho nulla da raccontare". Che è una frase di una tristezza infinita, ma tutto sommato corrisponde al vero.
E poi oggi. Poi oggi è stata una giornata di merda.
La classica giornata di merda, che già lo capisci al mattino, appena scendi in cucina barcollante e rovesci la moka mentre la avviti, che sarà una giornata lunga, molto lunga e di merda.
Arrivo al lavoro, già fradicia, alle nove del mattino: temperatura reale sui 30 gradi, percepiti 40. In studio poi è ancora peggio: stai fermo e grondi, come se stessi sollevando pesi invece di battere con leggiadria sulla tastiera del computer.
Appena arriva l'avv. capisco che non tira una buona aria e puntuale come un orologio, appena mi chiama di là per il tete-a- tete sulla memoria che scade giovedì, arriva il cazziatone.
Di quelli inspiegabili, o meglio, spiegabilissimi, ma che comunque nulla hanno a che vedere con la sottoscritta, la cui sola colpa è quella di essere l'unico essere umano a tiro, e di fare pure la praticante (che non guasta mai). Bene, dicevamo del cazziatone. Lo sopporto stoicamente, sento le lacrime affiorare ma le reprimo, ripetendomi che, no, porca paletta, non devo piangere di fronte al capo, ho una dignità, io.
E qui urge una spiegazione. Piangere per un cazziatone, nemmeno di quelli peggiori, tra l'altro, può sembrare eccessivo, e lo è. Ma sfiga vuole che oggi sia anche il primo giorno di quel periodo lì e questo si traduce, come qualunque femmina ben sa, in una depressione cosmica e in una certa tendenza all'autocommiserazione, quindi ecco spiegato il triste sfogo.
Esco dalla stanza dell'avv. e mi ritiro nella mia sauna personale, in preda al panico e allo schifo all'idea di riprendere in mano la memoria; non so come, tiro l'una e scappo.
Faccio appena in tempo ad uscire dallo studio che incrocio per strada una tizia che parla al telefono di un controllo medico che devo fare anche io da un paio di mesi e che continuo a rimandare: sono giusto un filino ipocondriaca. La cosa divertente, si fa per dire, è che è la seconda tizia in un giorno che ne parla in mia presenza (l'altra era dal panettiere!) e da questo io cosa deduco? Che è un messaggio chiaro, lapalissiano: corri a farti sto esame. Soprassiedo sugli stati d'animo angosciati che accompagnano questi momenti: so essere davvero ansiosa, ma davvero davvero.
Una volta a casa mangio, nonostante lo stomaco chiuso e mi decido a prenotare la visita, che ovviamente non sarà prima di quindici giorni, tanto per gradire (per colpa mia, peraltro:c'era posto già giovedì questo, ma io sarò a Roma, causa laurea sorella minor).
Tornando in studio, con la mia meravigliosa Bianchi d'annata, rischio di essere investita da una fighetta in motorino con il casco rosa e il moroso appeso dietro. Un gentiluomo, costui: mi manda a quel paese perchè non ho segnalato adeguatamente la mia intenzione di spostarmi a sinistra. Stronzo.
Arrivo miracolosamente incolume sul posto di lavoro, ma appena accenno a mettere piede nella mia stanza vengo investita da una folata di aria calda che nemmeno nel deserto del sahara. Mi trasferisco in segreteria, oggi deserta, e, non senza qualche sforzo, sistemo la memoria e tiro le sei e mezza. Il tempo di mandare un fax per il capo e scappo, letteralmente.

Sotto il getto gelato della doccia, con la faccia spalmata di una gratificante maschera purificante, decido che oggi sì, oggi è il giorno giusto per aprire sto benedetto blog.
Almeno avrò la prova scritta che a me qualcosa succede, ogni tanto. Anche se è solo una giornata di merda.

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