Avrei voluto scrivere un post poeticissimo sulle mie micro Roman holidays dello scorso week end.
Avrei voluto raccontare della laurea della sister, della festa che è seguita e che mi ha visto alticcia per la prima volta in vita (causa una letale combinazione caldo inenarrabile + stomaco completamente vuoto + delizioso Sex on the beach gusto melon), della sensazione di orgoglio nel vederla così bene inserita in una città che non è la sua e che per di più è Roma.
Avrei voluto raccontare della mia mattinata a zonzo per la città eterna da sola, in attesa della mia dolce metà: delle viuzze ombreggiate e fresche in cui mi sono persa, del cappuccino bevuto ascoltando due "colleghi" praticanti romani parlare dell'esame di stato e morendo dalla voglia di attaccare bottone per condividere le gioie che questa condizione ci riserva, dell'ora e mezza passata spatasciata (si fa per dire) a Villa Borghese a divorare il mio primo giallo di Mankell...
E poi del pranzo da Gina, dietro piazza di Spagna, immersi in un bianco abbacinante, che sembrava di essere in Grecia, a ridere e chiacchierare con persone deliziose e generose; dell'aperitivo con gli amici romani della sister, a base di mojito e camerieri scortesi; del maxxi e della mia ammirazione e invidia per l'amore che il mio ragazzo ha verso l'architettura, verso il proprio mestiere; degli americani del Kansas simpatici e affamati incontrati su un bus pittoresco; della cena in una Trastevere magica; del lungo Tevere illuminato e brulicante di vita...e di tanto altro ancora.
Avrei voluto farlo, ma non ce l'ho fatta.
Sono qui ora, a riassumere in due righe emozioni e pensieri che chiederebbero pagine e pagine.
Roma ti prende il cuore e te lo accartoccia per bene, te lo tiene stretto per tutto il tempo in cui la vivi, caotica, calda e caciarosa, stupenda, e ancora dopo, quando torni a casa e negli occhi hai ancora quella luce, quei colori e un pochino ti commuovi al pensiero che questo paese sappia essere così semplicemente bello.
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